Parma, 1 luglio 1771 - Parigi, 3 maggio 1839
Genesi e fortuna dell'opera - La trama e la musica - L'edizione critica

Agnese, un'opera... al manicomio

Paer verso il 1805
Paer verso il 1805

Agnese è un'opera semiseria in due atti che mette in scena la follia umana. L'azione si svolge infatti quasi interamente all'interno di un manicomio, in cui è rinchiuso il protagonista Uberto, impazzito dopo che la figlia Agnese lo ha abbandonato per fuggire con l'amante Ernesto.
Nell'opera sono di grande intensità le scene di follia che, ispirandosi alla Nina di Paisiello, anticipano di un ventennio quelle più celebri del Pirata, dei Puritani e della Lucia di Lammermoor. Agnese impressionò molto i più importanti critici e musicisti dell'epoca, come Berlioz, Chopin, Castil-Blaze e influenzò profondamente la nuova generazione di operisti. Tuttavia vi fu anche chi venne scioccato dall'argomento: Stendhal, ad esempio, dichiarò di provare orrore e disgusto per quest'opera che a suo dire metteva in scena in modo troppo crudo e realistico la triste condizione della pazzia umana.
Il soggetto crudo e audace ha però un lieto fine, in quanto l'affetto di Agnese, tornata pentita dal padre, salverà Uberto e lo aiuterà a guarire...

Follia e amor filiale in musica


La musica è ricca d'effetto ed esprime efficacemente nei momenti pantomimici il turbamento della malattia mentale: le scene monologizzanti o di follia di Uberto - «Quando lo troverò» e «Se fur sogno i miei tormenti» - costituiscono alcune delle vette musicali della partitura. Anche l'amor filiale e l'intenso rapporto padre-figlia, espressi nel duetto «Quel sepolcro che racchiude» e nella preghiera «Il padre, o Ciel, mi rendi», vengono sottolineati magistralmente con melodie toccanti e malinconiche quasi pre-belliniane; ma Paer è altresì attento a non trascurare l'amore sofferto tra Agnese ed Ernesto, sfoderando grande raffinatezza musicale e un'acuta sensibilità drammaturgica nei duetti del perdono «A questo sen ritorna» e «L'amato padre mio»; non mancano infine i momenti brillanti e divertenti, legati in particolare al buffo Don Pasquale - l'aria «Bella cosa è l'esser padre» e il duetto «Sì, capisco; ora v'intendo» -, che danno all'intero lavoro il suo piacevole equilibrio semiserio.
Paer impiega una tavolozza tonale assai ampia. In particolare egli sfrutta le tonalità minori, usate ad esempio per l'impressionante scena corale del temporale iniziale «Agnese misera» (re minore), nel cantabile melanconico «Agnese io ti perdei» della cavatina di Uberto (la minore) e ancora nella mesta romanza «Come la nebbia al vento» di Uberto (sol minore).
L'orchestrazione, infine, possiede una gradevole varietà di colori timbrici, evidenziata anche dalla ricchezza di brani con strumenti concertanti, come l'aria «Cielo, pietoso cielo» di Ernesto e la preghiera «Il padre, o Ciel, mi rendi» di Agnese, entrambe con clarinetto solo, la scena e aria « Se fur sogno i miei tormenti» di Uberto con due corni obbligati e ancora la romanza nel finale II «Se la smarrita agnella», accompagnata dall'arpa sola.






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